Petronilla

Essere donna è facile

Le Streghe NON sono tornate

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Negli ultimi tempi, seguendo il progetto Petronilla, mi sono imbattuta nelle situazioni più disparate dove la realtà dei fatti e la situazione intorno al mondo femminile hanno assunto una forma differente da quella che avevo immaginato fino ad ora.

Nulla di strano. Si scoprono sempre cose nuove intorno ad un argomento che viene sviscerato e che entra a far parte della tua quotidianità.

La cosa strana invece è come viene percepita dal mondo esterno e come gli “outsider” recepiscono il tuo impegno e lo scopo di un progetto come Petronilla.

Abbiamo avuto tante approvazioni, ma anche risposte negative come è normale che sia, il che ci ha dato modo di analizzare gli aspetti deboli e migliorare.

Ma alcune cose ci hanno veramente dato fastidio e ci hanno, per l’ennesima volta, spiazzate davanti alla poca cultura verso l’argomento che vogliamo trattare: la violenza sulle donne.

Nessuna di noi vuole ergersi sul piedistallo di paladina della giustizia, non ne abbiamo le competenze e non è quello che ci interessa.

Lo scopo di questo progetto era ed è quello di poter parlare di giustizia, di parità, di opportunità, di diritti e di lotta contro la violenza sulla donna in tutte le sue forme.

Sensibilizzare, ritrovarsi e scoprire che la forza della donna, tante volte nascosta, può essere un valore aggiunto per una vita serena e non una forma di prevaricazione o ancor peggio uno status dettato da una moda del momento.

Le streghe non sono tornate, perché noi non crediamo in quella forma di protesta e tanto meno in quel modo di far sentire la nostra voce.

Non siamo 4 femministe che vogliono mettere i pantaloni per dimostrare qualcosa. Solitamente i pantaloni li mettiamo perché sono comodi, perché tengono caldo, perché ci piacciono.

La cosa che ci fa arrabbiare è l’etichetta.

Un articolo sull’Huffington Post di qualche giorno fa titolava che, secondo un legislatore americano, le donne non meritano la parità di stipendio perché sono “lazier”, più pigre. Gli uomini, sempre secondo il giurista di larghe vedute, lavorano di più e con maggiore impegno, non hanno problemi al trasferimento o a rinunciare al week end per rimanere in ufficio.

La cosa che mi ha colpito è stata la risposta di Mandra Rice Hawkins, direttore esecutivo di Granite State Progress che con un comunicato stampa ha affermato che si stava solamente chiedendo equità di stipendio e che questo avrebbe influito positivamente anche sull’economia del paese.

Nessuna, con treccine e gonne a fiori, ha urlato brandendo cartelli ricchi di fiorellini e cuoricini, minacciando magie o cose simili, ma si è analizzato un divario che al giorno d’oggi non ha senso di esistere calando la problematica in un contesto di economia reale.

Attenzione, non sto accusando quel tipo di rivolta femminile degli anni 70, dico solo che noi abbiamo un modo diverso di far sentire la nostra voce e di portare alla luce tante piccole storie di donne che ci hanno anche toccato da vicino.

Non siamo streghe, siamo solo delle donne che credono nel valore aggiunto del nostro genere, che vorrebbero una società dove crescere figli e lavorare diventi una condizione normale e non discriminante, e dove il rispetto venga garantito alla donna in quanto essere umano e non sesso debole.

Nessuna stregoneria, solo intelligenza.

 

L. D.

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Una Transat al femminile

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di Annnabelle Boudinot
(traduzione Nicola Principato)

Ho attraversato l’ Atlantico da sola, in circa 25 giorni.

Sono arrivata nona su quaranta, davanti a me otto ragazzi, dietro un’altra ragazza e trenta ragazzi. Dunque sono più brava della maggior parte dei ragazzi .

Spesso mi è stato fatto notare: «Una traversata in solitaria… e per di più una ragazza!» Sembra che questo aumenti l’entità dell’impresa, ma in realtà io non la penso così.

Pur essendo vero che le ragazze hanno meno forza fisica dei ragazzi, ciò non costituisce un handicap misurabile nelle regate oceaniche: i nostri srumenti  sono sistemi meccanici con rapporti di demoltiplica, quindi è sufficiente adattare il rapporto a chi li utilizza. Dopodiché c’è bisogno di resistenza, e qui non ci sono prove che le ragazze ne abbiano meno dei ragazzi. Infine, e soprattutto, ci vuole forza mentale, e anche in questo caso non credo che le ragazze si possano considerare inferiori.

Una delle caratteristiche che più apprezzo delle regate oceaniche infatti è che uomo e donna sono in una situazione di parità, e in questa disciplina ci sono state delle grandi campionesse che sono riuscite a mettere in difficoltà i loro concorrenti di sesso maschile.

Si noterà tuttavia che ci sono più vincitori maschi che femmine, ma bisogna dire che le donne che fanno vela sono circa una ogni dieci uomini: la statistica ci è davvero contro… Perché così poche donne fanno vela?

A questa domanda non ho una risposta, ma al più qualche ipotesi. Che sia un problema di orientamento? Che la vela sia vista come una disciplina da uomini? In effetti sugli scaffali non si vede mai una “Barbie piratessa”, e in più “piratessa” proprio non si dice, dunque è possibile che ci siano meno stimoli già dall’infanzia. Questo tra l’altro può anche essere un problema di fiducia in se stesse e di spinta all’imprenditorialità.

Nel mio caso, una delle frasi chiave della mia infanzia e dei miei esordi in barca con mio padre è stata «Forte è l’uomo che riuscirà a domare  mia figlia!» [letteralmente sarebbe “Forte è l’uomo che sa prendersi mia figlia”, ma secondo me non avrebbe senso] , e chiaramente per mio padre la parola uomo includeva anche la donna.

Le basi erano state poste, indipendentemente dalle difficoltà, e sarebbe stato inutile pensare che io non ce la potessi fare, ma dovevo solo chiedermi come arrivare.

Durante i miei studi e la mia carriera sono cresciuta in mondi dominati dagli uomini ed il fatto di essere una donna ha sempre costituito una differenza, a volte favorevole e a volte dannosa, ma sono convissuta con i pro e con i contro, approfittando dei primi e accettando i secondi.

Spesso mi si parla del comfort come giustificazione per le poche donne in acqua, ma non credo sia valida, infatti ci sono molte donne escursioniste, scalatrici e alpiniste che come noi altre naviganti rinunciano ai loro confort per lo sport.

Per me si tratta più di un legame alla personalità che al genere .

Per concludere, in mare non ci sono né uomini né donne, ma solo marinai. Andate oltre i pregiudizi signore, navigate e non esitate a battervi sull’acqua, e abbiate la meglio su qualche ragazzo.

Ciò sicuramente non gli farà del male 🙂

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Annabelle Boudinot
Ingegnere nata in Francia nel 1983, ha partecipato alla Mini Transat 2013 a bordo di un’imbarcazione costruita con fibre di lino.
http://www.agro650.org

 

Versione originale in franccese

Une transat au féminin

J’ai traversé l’Atlantique en solitaire, en 25 jours environ. Je suis arrivée 9ème sur 40, devant moi 8 garçons, derrière une autre fille et 30 garçons. Je fais donc mieux que la plupart des garçons .

On me l’a souvent fait remarquer : « Une traversée en solitaire… Et une fille en plus !» Apparemment cela ajoute à l’exploit. En réalité je ne le crois pas. Si il est avéré que les filles ont moins de force physique que les garçons, cela ne constitue pas un handicap très mesurable dans la course au large. Nos supports sont mécaniques et avec des systèmes de démultiplications, il suffit donc d’adapter la démultiplication à celui qui l’utilise. Ensuite il faut de l’endurance, or là dessus pas de preuve que les filles en aient moins que les garçons. Et enfin et surtout, il faut de la force mentale. Là encore je ne crois pas qu’on puisse placer les filles en infériorité sur ce point.

C’est en réalité une des caractéristiques que j’apprécie dans la pratique de la course au large, homme et femme sont sur un pied d’égalité, et il y a eu de grandes championnes dans la discipline qui ont sus mettre à mal leurs concurrents masculins. On remarquera qu’il y a toutefois eu plus de gagnants masculins que féminins. Il faut dire que pour une femme qui pratique la voile il y a environ 10 garçons. La statistique est plutôt contre nous…

Pourquoi si peu de femmes naviguent ?

Je n’ai pas de réponse à cette question, quelques hypothèses tout au plus.

Est-ce un problème d’orientation ? La voile serait vue comme une discipline d’hommes ? On ne voit en effet aucune playmobil piratesse dans les rayons, d’ailleurs « piratesse », ça ne se dit pas. Il peut donc y avoir une incitation plus faible à l’enfance.

Cela peut également être aussi un problème de confiance en soi et d’incitation à l’entrepreneuriat. En ce qui me concerne, une des phrases-clefs de mon enfance et de mes débuts en bateau avec mon papa était « Tout homme est fort qui sait s’y prendre ma fille ! » Bien sûr homme incluait femme pour mon père. Les bases étaient posées, quelque soit la difficulté, il était inutile de penser que je n’y arriverai pas, je devais plutôt me demander comment y arriver.

Lors de mes études et de ma carrière j’ai évolué dans des mondes très majoritairement masculins, le fait d’être une femme a souvent été une différence, parfois un avantage et d’autres fois aussi un désavantage. J’ai donc pris le parti des pour et des contre, m’accommodant des seconds et profitant des premiers.

On me parle souvent du confort comme prétexte au peu de femmes sur l’eau. Je ne crois pas que ça soit valable. Beaucoup de femmes randonneuses, escaladeuses, alpinistes, tout comme nous autres navigatrices renoncent à leur confort pour la pratique du sport. Pour moi il s’agit plutôt d’un lien à la personnalité plutôt qu’au genre.

En conclusion, en mer, il n’y a pas d’homme, il n’y a pas de femme, il n’y a que des marins. Passez outre les préjugés mesdames, naviguez et n’hésitez pas à vous battre sur l’eau et damez le pion à quelques garçons.
Ça ne leur fait sûrement pas de mal :).

quante cose meravigliose fanno le Donne

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di Federica Quaglieri

In genere non festeggio l’8 Marzo. So che storicamente delle  donne hanno lottato, ma penso che finché ci sarà una festa di genere, ci saranno ancora molte battaglie per cui combattere. Per altro, ormai questa giornata ha nella maggior parte dei casi, perso il suo significato autentico  diventando tutt’altro.

Quest’anno , però, è stato diverso. Quest’anno, è stata una  giornata che ha avuto senso e valore.

Sono stata invitata ai Musei Capitolini, dove Roma Capitale aveva organizzato una premiazione speciale.

Nei giorni precedenti a questa data, aveva indetto sul web un concorso:le donne avevano la possibilità di raccontarsi , e le storie più belle sarebbero state premiate proprio l’8 marzo ,lì al Campidoglio.

A volte, fare l’attrice , regala occasioni uniche come quella che ho vissuto . Prestare la propria voce a quella di altre persone, facendo conoscere le loro vite, e prendendovi parte .

Quattro donne , scrivendo, non avevano colto l’occasione per parlare di  se stesse, cosa che molti avrebbero fatto anche in previsione di un premio. Avevano invece  voluto raccontare di  altre donne, che ritenevano speciali. Donne comuni, ma ognuna con delle caratteristiche uniche. Tanto da essere le quattro  premiate.

E mentre ero lì, su quel palco, a leggere per loro sedute in sala, pensavo a quante cose meravigliose fanno le Donne. Quanto coraggio e forza c’è nelle loro piccole e immense azioni quotidiane; e a come fossi fortunata ad essere interprete di quelle storie.

Adele, una delle quattro vincitrici, era venuta con sua figlia. Proprio lei aveva scritto di questa piccola grande madre, che durante la vita non aveva mai perso occasione per aiutare gli altri, lottando contro discriminazioni e ingiustizie.  Adele ha 102 anni, gli occhi annacquati dal tempo e il volto segnato come una mappa di ricordi .  Non riesce più a camminare, ma era lì ,con la forza e la dignità di chi il tramonto non lo teme più…lo accetta e basta. Le mani strette alle maniglie della sua sedia a rotelle ,e lo sguardo attento a seguire la sua storia. Mi guarda intensa ,mentre leggo di lei che nasconde gli ebrei durante la guerra, e se ne prende cura con un coraggio tale ,da creare disagio in chi ascolta. Scuotendo  dal torpore il cuore vile dei molti.

E mentre leggo, guardo la figlia poggiare con forza la sua mano su quella della madre e piangere di orgoglio e commozione.

Poi Adele si fa accompagnare a ritirare il premio. Lo stringe forte, come una bambina a cui si regala un giocattolo nuovo e inaspettato. Sorride stanca, e non resta fino alla fine dell’evento. Troppo stancante per lei , non ha le forze. Ma lei ,di forza, ne ha avuta tanta nella sua vita. Tanta da lasciare un segno importante .

Ecco, queste donne, queste storie sono l’essenza di ciò che per me rappresenta il mondo del femmineo. L’onore, la forza e la dignità di lottare in un modo che solo le Donne conoscono e hanno. Con quella fragilità, di cui non si curano mai; combattendo da vere guerriere.

Non rivedrò più Adele. L’ho vista andare via sulla sua carrozzina, canuta e piccola,e lasciare dietro di sé il profumo intenso di una vita piena, con radici profondissime.

E’ a quelle radici che dobbiamo attingere. E allora sì, fioriranno mimose.

Federica Quaglieri, attrice comica e drammatica, di formazione italiana e internazionale (Diplomata presso La Scuola Di Teatro Di Bologna diretta da Alessandra Galante Garrone-Studi presso L’Ecole Internationale de Théatre di Jacques Lecoq di Parigi Workshop sul Clown con Pierre Byland, a Parigi -Studi presso la Scuola Internazionale di Teatro”Drama Faculty Academy of PerformigArts”  Praga, e a New York alla New York Film Academy of Acting).
Lavora in Teatro, e nel cabaret, al fianco di Stefano Viglilante e Saverio Raimondo. (CentoCelleComedyParty 2012; Romanacci Tua 2011) e in TV in SCQR per Comedy Central (2012) e accanto con Francesca Reggiani (Sky: Bastardi 2007 -2009).
Passa da comico al drammatico con eclettismo, e dal piccolo al grande schermo.
Nel 2012 esce il suo primo libro “Gocce di pensieri sull’Albero della Vita” (Feltrinelli) in cui, si racconta attraverso immagini e pensieri, che attraversano l’anima.
Federica fa parte di una associazione onlus,  Punto D, le donne per le donne, che ha come obiettivo affrontare le problematiche connesse alla sfera femminile in connessione con l’elaborazione di diverse attività, al fine di riuscire a sensibilizzare e stimolare l’interesse attraverso forme di partecipazione culturali.

Raccontalo a Petronilla

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tiffany

Siamo molto contente della strada che sta seguendo il nostro progetto.

Sono tante le persone coinvolte e tante sono le collaborazioni che stanno nascendo.

La Dott.ssa Lisa Gamberini non ha avuto nessun dubbio quando le ho parlato di Petronilla. Ricordo che la prima cosa che disse è “Come posso esservi utile”.

Psicologa, mediatrice familiare, psicologa giurida, Lisa ha scelto questa professione per la sua passione ed interesse per l’animo umano.  Una scelta che richiede grande impegno e predisposizione ad ascoltare.

Lisa ha una pagina dedicata sul nostro blog dove sarà possibile chiederle consigli, pareri o solo raccontarsi.

Lettere dall’anima vi aspetta per ascoltare le vostre storie.

La consulenza è gratuita e anonima.
Pubblicheremo le risposte della Dott.ssa Gamberini sul nostro blog.

Non abbiate paura, lasciate andare i vostri pensieri e cercate ogni sorta di aiuto.

Siamo qui anche per questo.

oltrepassare quello che sembra insuperabile

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di Francesca Pradelli

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Ci vuole ispirazione per scrivere di mare.
Serve essere con gli occhi, la testa, il cuore, pieni di mare. A volte la vita di tutti i giorni ci rende difficile provare quella preziosa pienezza che solo il navigare riesce a regalare, ma se si chiude gli occhi, ci si concentra a rievocare i ricordi, piano piano le emozioni tornano a galla. Andare per mare è per me sinonimo di libertà. Mi ricordo ancora quando lo realizzai per la prima volta: ero su Speranza, la barca della mia famiglia, navigavo per la prima volta da sola, dopo aver sfinito mio papà per tutta la strada fino al mare per convincerlo. Mi allontanai dal porto, issai le vele, spensi il motore e il silenzio, interrotto solo dallo sciabordio delle onde sul bello scafo bianco, mi pervase. E allora una consapevolezza mai provata prima mi colpì: era quella la LIBERTA’.

Ho avuto il grande privilegio di iniziare ad andare per mare da molto piccola, mi piace dire “da quando ero nella pancia di mia mamma” e ringrazio spesso i miei genitori di avermi regalato questa passione, che mi riempie la vita e che mi farà compagnia sempre. La vita in barca è sempre stata per me una cosa naturale: andavo con la mia famiglia, con mio zio, i miei cugini.
Ho imparato a navigare con poca teoria, ma assorbendo e immagazzinando dentro la mia testa e i miei muscoli, gesti, occhiate, sensazioni. Solo anni dopo, durante il percorso per diventare istruttrice, ho imparato ad associare una spiegazione teorica a tutti i gesti che per me erano naturali.

Nel 2013 ho avuto la fortuna di realizzare un mio sogno: attraversare l’oceano Atlantico in barca a vela, dai Carabi a Genova.

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Erano un po’ di anni che cercavo un imbarco dalle Canarie, qualche risposta positiva c’era stata, ma non si era mai concretizzata. Quando mi hanno proposto la traversata ero fuori dall’Italia, immersa in un altro mondo, un’altra vita, un altro lavoro. E un giorno ricevo una mail con l’offerta: è vero quello che si dice, che le cose belle accadono quando non le cerchi! Ad Aprile quindi parto, arrivo a St Martin e trovo ad accogliermi una bellissima barca a vela, grande, maestosa. Siamo sette di equipaggio, io (come sempre!) la più piccola e l’unica donna inserita fra i turni di navigazione, l’altra ragazza che c’è si occuperà della cucina.
Un paio di giorni per ultimare i preparativi e, finalmente, si parte.
Le 24 ore sono divise in turni di 3 ore con 2 persone: la rotazione prevede tre ore fuori in pozzetto, timonando mezz’ora a testa, tre ore in “stand by” nel caso servisse una mano alle manovre e tre ore di riposo. Presto entro in questo nuovo ritmo, fatto di sveglie alle 2 di notte o sieste alle 11 del mattino e mi accorgo che la giornata è troppo corta per fare tutto quello che vorrei!

Eolo per i primi giorni è gentile con noi e il sole caldo del Caribe ci fa ancora stare fuori in pozzetto con una maglia leggera. Ricordo di aver detto tutta emozionata al capitano, appena usciti dalla baia di St Martin: “Wow, ci sono 25 nodi!” e lui mi ha guardato con un sorriso bonario, rispondendomi “Beh….sì!” come per dire che non era molto! Certo, stavamo navigando su una barca grande e solida, ma per me 25 nodi erano tanti, abituata ad affrontarli su barche più piccole. Più ci allontaniamo in oceano, più il freddo comincia a farsi sentire e il vento aumenta…30 nodi…e ricordo che pensai “ok, ora sono 30 nodi. Vedi Fra, riesci ad affrontarli, timoni bene, è tutto sotto controllo. Ma, allora, quei 25 di ieri non erano poi troppo difficili…”. Qualche giorno dopo, il vento aumenta a 35-40 nodi. I turni sembrano più lunghi, la barca è molto pesante e timonarla è faticoso. Scopro di avere muscoli che non credevo di avere e quando finalmente tocco la cuccetta dormo come un sasso. Sono stanca ma di quella stanchezza “giusta”, bella e mi sorprendo a pensare “Ok Fra, adesso sono 35-40 nodi e tu sei a posto, vai bene, sei concentrata. Ma allora, quei 30 nodi non erano insormontabili…!”.
Credo che questo sia stato l’insegnamento più bello della traversata: capire che ognuno ha dentro di sé risorse che non sa di avere, forze di cui non conosceva l’esistenza, energie che lo fanno andare avanti, superare i limiti e renderlo più forte e consapevole delle proprie capacità.

Vale in barca in mezzo all’oceano e vale nella vita, mi accorgo.
Provate a oltrepassare quello che sembra insuperabile, ragazze, con l’augurio di navigare sempre con brezze gentili, ma con la certezza che saprete affrontare anche le tempeste più difficili.

Francesca Pradelli vive a Genova ma è di originaria di Torino.  Avvocato marittimista è anche una giornalista e una velista.
Ha scritto per le più importanti riviste nautiche italiane e francesi e si occupa dell’ufficio stampa e della comunicazione della Classe Mini650 Italia.

Per vedere una donna bisognerebbe indossare gli occhiali dell’anima

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di Alessandro Doria

Da leggere ascoltando…

Che fossi strano non c’erano dubbi e di certo non cerco conferme, ma anche solo per un istante, vi chiedo di guardare il mondo che vi circonda con degli occhi diversi.
Sono certo che esiste un modo incontaminato per osservare la realtà in maniera differente: quello che è chiaro e nitido, potrebbe anche non essere vero.
Spesso mi sono posto la domanda: i miei occhi codificano correttamente la realtà?
Voglio essere più chiaro e farvi subito un test: provate a osservare una donna completamente priva di vestiti. Ora concentratevi su quello che il vostro occhio potrebbe captare nell’immediato.
seno
Fatto?
Bene, ora riprovateci, ricoprendo con la fantasia le areole dei seni e l’apparato riproduttivo con un qualsiasi lembo di pelle: ora cosa vedete, ma soprattutto cosa provate?
Ecco a voi la donna.
A confonderci le idee ci pensa la società, il proibizionismo, l’eros, ma la chiarezza la si può trovare solo osservando con l’anima. Se avete il numero di telefono di uno psicologo bravo, potete tenervelo in rubrica se non vi occupa spazio nella memoria, ma sono certo che non vi servirà contattarlo dopo aver fatto questo test.
Guardare una donna attraverso gli occhi potrebbe farvi scoprire un’anima pura, come quella di un uomo o di qualsiasi altro essere vivente.
Io, in primis, mi sono fatto un esame di coscienza imputandomi delle colpe: confesso di aver pensato che una donna è un essere indifeso, fragile, un dono prezioso da custodire con cura.
Ora mi accorgo che non è vero.
Una donna è uguale a noi maschietti: ha gli stessi diritti e doveri di un uomo, ha lottato come un guerriero in trincea e porta la 24 ore come un manager in giacca e cravatta.
Petronilla è un progetto molto importante, che attraverso la vela porterà la donna e l’uomo a respirare lo stesso iodio, spettinerà con il vento i capelli e bagnerà di salsedine i volti di molti esseri umani senza sessi, particolari, ma uniti solo dall’anima che li rende vivi.
Vi lascio con un dubbio: se eliminassero la parola donna, come osservereste una femmina?
Buona vita a tutti.
Alessandro Doria è un grafico pubblicitario e un Dj. Lavora e vive a Milano ma è originario della Romagna.
Ha collaborato con una play list e una ricetta abbinata ad ogni segno zodiacale nell’ultimo libro di Antonio Capitani “OROSCOPO 2014” ed è stato inviato speciale per THE ICEFASHION all’ultima edizione di San Remo.

PROGETTO PETRONILLA – Per mare e con immagini

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Il progetto è nato come ne nascono tanti, da un’idea. Unire passione e lavoro per far sentire la nostra voce sull’argomento violenza sulla donna. Tutto con uno spirito positivo.

Una velista (più che velista, un’appassionata di mare) e una Fotografa (qui il maiuscolo è doveroso) cosa potevano “escogitare” per creare un evento che potesse racchiudere, sport, cultura, sociale?

UNA REGATA E UNA MOSTRA FOTOGRAFICA che dica “Essere donna è facile. Provaci e non avere paura a dire basta a chi te lo impedisce”.

E tutto è cominciato.

La definizione del progetto, la ricerca del posto per organizzare la regata, i contatti con skipper, la definizione del set per gli scatti della prima sezione, l’emozione delle prime immagini sul pc ed ecco…Signore e Signori il PROGETTO PETRONILLA.

L’evento si svolgerà il 3-4 maggio 2014 a Riva di Traiano, grazie alla collaborazione preziosa con il Club Nautico Riva di Traiano, organizzatore della Petronilla’s Cup.

Nella giornata del 3 maggio si svolgerà una regata costiera e alla sera presso lo Sporting di Riva di Traiano, il party Petronilla con la presentazione della mostra e musica dal vivo.

Domenica 4 maggio una regata a bastone concluderà la Petronilla’s Cup che decreterà i vincitori.

A terra ci sarà anche Trompè (http://www.trompe.it/) che per l’occasione ha creato la t-shirt edizione speciale Petronilla e tante altre attività che accompagneranno questo week end all’insegna dello sport e della cultura.

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Nei prossimi giorni vi racconteremo nel dettaglio della mostra fotografica e di tutti i nostri sostenitori che ci auguriamo aumentino.